Racconti

“Ci sono storie che quando le racconti si consumano.  

Altre storie, invece, consumano te.”

Chuck Palahniuk

Grigio A Tema Caffè Copertina di Facebook

Sulle punte da occhi chiusi

“Da piccola mi è stato detto che ogni volta che una bambina si alza sulle punte, da qualche parte nel mondo sboccia una margherita.

Ed è soprattutto per questo, credo, che già allora sognavo di diventare una maestra di danza.”

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Non dirlo ad alta voce

“Tutte le cose sono destinate a finire. È una banalità di cui spesso ci si scorda, accecati dalla felicità del momento. Momento che può durare mesi, anni. Ma finisce. Io me lo scordavo volentieri durante quelle notti, quando lui mi svegliava facendosi strada con la lingua fra le mie gambe addormentate e riempiendomi di brividi caldi.

In fondo già sapevo che presto o tardi sarebbe finita, io me ne sarei andata, avrei ricominciato da capo. In ogni incontro è nascosto un addio, più o meno doloroso. La felicità è far finta di non saperlo, o addirittura dimenticarsene per un po’.”
Racconti

Occhi da cerbiatto

Racconto vincitore del concorso “Racconti d’estate 2017” – organizzato dal Giornale di Vicenza -, categoria adulti, per meriti di giuria.

“Capita, a volte, di dipingere la realtà esattamente come la si vorrebbe. Si mettono insieme dettagli e pezzettini di colore, si amalgama bene, si apporta qualche ritocco qua e là, si cambia pennello. Fino a che non compare esattamente il disegno desiderato. A quel punto ci si può tuffare nel quadro e sguazzarci dentro indisturbati, per una manciata di secondi o per tutta la vita.”

Ma i sogni si possono toccare?

Ma i sogni si possono toccare?

Com’era bella la zia finché dormiva:

Si acciambellava fra le lenzuola come una gattina.

“Svegliati, stanotte ho visto un canarino!

Come quello che ha il nonno in giardino.”

“Lasciami dormire, mio piccolo tesorino.”

Ma Agata le strofina piano il collo con il nasino.

La zia profumava sempre di caffè

Ed era buona come i biscotti che si mangiano all’ora del the.

Tutto il bene del mondo

Tutto il bene del mondo

“Una mattina, in viaggio verso Maratane, mi resi conto che se fossi nata in Africa sarei morta. Fu una rivelazione folgorante. Mi venne in mente, non so perché, un tizio con cui si vedeva mia madre. Aveva una massa di ricci marroni e una Vespa; due volte a settimana, di mattino presto, mi avvolgeva in un’enorme sciarpa di lana a righe, mi caricava sulla Vespa col mio zaino della Barbie e mi portava in ospedale a fare il tampone.

Poi mi accompagnava a scuola, con tanta naturalezza che ad un certo punto arrivai a credere che fosse il mio papà. Non lo era, ma credo che mi abbia voluto bene davvero, a modo suo. Il fatto è che, senza quei tamponi e i continui antibiotici, le mie banali tonsilliti non mi avrebbero permesso di crescere. Invece sono nata in Italia, senza fare assolutamente nulla per meritarmelo. Non ho superato nessuna prova difficile, non ho caratteristiche particolari, eppure a me è stato concesso il diritto di vivere. Mi sono state spalancate le porte a cure mediche e mille attenzioni. Io sì. Loro no. È così, e basta. Non c’è possibilità di chiedere o di protestare. Di spartire. Sento, bloccato in gola, il peso enorme di questo privilegio. Proprio non riesce a scendere: non trovo nessuna valida giustificazione.”

Zoe

Zoe

“Le erano sempre piaciuti i rumori.

Non quelli troppo forti: quelli discreti, seguiti da qualcosa di familiare. Una carezza, un biscotto, un profumo. Ma prima di tutto, arrivava il rumore.

Aveva poco più di tre mesi quando imparò a distinguere il rumore dei suoi passi. Scendeva le scale con quel ritmo particolare che le faceva alzare appena le orecchie, e sapeva che a breve sarebbe comparsa la nuvola di capelli rossi, accompagnata da un profumo leggero.”

Pensieri a quattro zampe.
non si piaceva quasi mai

Undici anni

“Molti anni dopo, sarebbe stato in grado di elencare a memoria i profumi della sua donna. Ad alcuni era particolarmente affezionata; anzi, a dire la verità usava quasi sempre il solito, con la boccetta rossa e il tappo nero. Un brivido di piacere gli attraversava sempre la schiena, se la sorprendeva a spruzzarsi il profumo sui polsi e sul collo. Adorava il modo in cui lei socchiudeva gli occhi e inclinava leggermente la testa all’indietro, annusando l’aria intorno a sé.”

Adorava il modo in cui lei socchiudeva gli occhi e inclinava leggermente la testa all’indietro, annusando l’aria intorno a sé. Era solo un istante, brevissimo. Subito dopo era di nuovo indaffarata, cercava le chiavi e le sigarette (“Ma dove cazzo le ho lasciate? Tu le hai viste?”), infilava tutto nella borsa marrone con la cerniera blu, indossava il giubbotto e controllava la propria immagine allo specchio. Di solito buttava in avanti la massa di ricci rossi, li sistemava con le mani e si osservava con aria critica, piegando leggermente la testa verso destra. Non si piaceva quasi mai.”
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Carne

“Quanto bene mi vuoi?”

“Tanto.”

“Solo tanto?”

“Tantissimo, tantissimo così” diceva Gioia, allargando il più possibile le sue piccole braccia.

Gli occhioni azzurri le diventavano seri dallo sforzo. Allora la riempivo di baci, dappertutto, sulle mani, sui capelli, sulla pancia per farla ridere, sul collo per respirare quel profumo dolcissimo che solo una bambina di tre anni può avere. Aprivo anch’io le braccia: “Guarda, la zia te ne vuole di più.”

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Diciasette e Cinquantaquattro

Una di loro è rimasta incinta e ha tenuto sua figlia, pur non curandosi poi più di tanto di lei. Una bambina sola, problematica, che riacquista un po’ di passione per la vita grazie all’incontro con la sua nuova baby sitter, una fotografa ventiquattrenne capace di riconoscere la magia nelle cose e nelle persone. Ma il nostro uomo non sopporta questa sua nuova felicità. Tutto deve essere marchiato dal dolore che lui porta. Un giallo cupo e ben congegnato, uno stupratore maniacale e preciso, una vita che cerca di lottare contro un sinistro, insinuante senso di morte, e non ce la fa. Sapiente, molto suggestivo.”

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Lui e Lei

“Se c’era una cosa che gli piaceva quasi quanto passare pomeriggi mano nella mano con lei, era rivivere quei momenti, da solo, sdraiato sul letto. Era una sua impressione o quei fogli, riempiti di ricordi, profumavano davvero di lei? A tratti l’inchiostro era un po’ sbiadito, e si immaginava il suo piccolo mignolo sporco di blu. All’improvviso prendevano forma, nitide e vive, immagini di lei mentre scriveva, assorta, parole che parlavano di loro.”

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Positivo

“Vivevano, sospesi ma saldi, sulla punta di un meraviglioso equilibrio. Tutti i loro spigoli si incastravano perfettamente. La lotta politica di lui, le manifestazioni. I continui litigi con i suoi genitori. La malinconia di lei, la voce che non si decideva ad uscire. Imperfetti in un’unione perfetta, che riempiva le loro vite; ogni angolo, ogni superficie, ogni centimetro dei loro pensieri era occupato dall’altro. Attirava gli sguardi dei passanti, quella strana coppia apparentemente male assortita.”

Un amore forte, un desiderio di maternità che si fa strada prepotentemente, lasciando terra bruciata dietro di sé.

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Pensare che ancora vivi

“La pittrice italiana era morta da quasi un anno, eppure si continuava a parlare di lei. Sembrava essere quel tipo di avvenimento destinato a rimanere nella memoria collettiva per un tempo imprecisato, senza che l’interesse accennasse a diminuire. La sensazione era che Madrid avesse perso un pezzettino della propria luce, tanto aveva scosso gli animi la scomparsa della giovane artista. I suoi disegni erano ancora lì, sui muri della città, inconsapevoli della morte della loro autrice. I suoi quadri continuavano ad arredare, sfacciati, decine di salotti. E ad essere esposti nelle mostre, pronti per essere ammirati dai visitatori. Eppure Viola era morta.”

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Memorie disordinate di un impiegato qualunque

Raccolta in ordine sparso di aneddoti riguardanti l’ordinaria vita di un qualunque, anonimo impiegato. Pieno di cose da dire e ricordare.

“Il locale era affollato e si respirava aria viziata, mista all’odore forte della birra. Lei era lì, in fila per il cesso. Non esattamente il posto più romantico del mondo, con le assi in legno del pavimento un po’ consumate e le pareti di un giallo sbiadito, ma vi assicuro che in quel momento lo era. L’amore non fa caso a queste piccolezze: il centro dell’Universo era lì.

Il senso di nausea sparì, sostituito dall’impulso di baciarla e sentire quelle due gambe affusolate strette intorno alla mia vita, mentre i nostri tre figli dormivano nella stanza accanto. Decisi di non essere troppo affrettato nelle mie fantasie. Magari lei non poteva avere figli, ma per me sarebbe andato bene comunque.”

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Africa

Ricordi e impressioni di un viaggio meraviglioso.

“Scrivere è sempre stato il mio modo di filtrare la realtà.

Qualsiasi cosa, bella o brutta, è successa veramente solo se l’ho scritta. Su una nota del cellulare, su un foglietto spiegazzato, sul mio quaderno pieno di storie – inventate e non.

Della mia esperienza in Africa non riesco a scrivere. O meglio: scrivo, riscrivo, correggo ed infine cancello.”

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Legami

Ci sono legami di serie A e legami di serie B.

Dipende da cosa siamo disposti a fare per l’altro. Quando si tratta di legami di serie A, non c’è scusa che tenga. Per l’altro – che sia l’amico, la mamma o la persona che amate – si fa di tutto. A qualsiasi ora, di giorno, di notte, appena svegli, che siate stanchi o nervosi. I legami di serie A vengono prima di qualsiasi cosa. Se non avete tempo, è perché se lo mangia tutto il famoso A.

Poi ci sono i legami B: belli, divertenti, piacevoli. Solo che non raggiungeranno mai la vetta della vostra vita, dei vostri pensieri. Non vi entreranno nel sangue, e probabilmente potreste farne a meno.

Qualche volta le cose vanno come dovrebbero: A con A, B con B.

Altre volte siete gli A di qualcuno che per voi è B.

Più spesso, il vostro A vi considera un B.

Raramente un B diventa A: ma dicono che sia bellissimo.

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NON SI AIUTANO LE DONNE CON LE FACCENDE DOMESTICHE!

Il verbo “aiutare” presuppone l’intervento a favore di qualcuno, in una situazione in cui dovrebbe cavarsela da solo.

«Ti aiuto coi compiti?» è una proposta che si fa ad un bambino, pur sapendo che non ci si può sostituire completamente a lui: fare i compiti è suo dovere.

Si può aiutare un’amica a superare una delusione d’amore – anche se, si sa, da certe situazioni si esce soltanto con le proprie gambe; si aiuta un collega a scrivere un’e-mail, ma non si “aiutano” le donne con i lavori di casa: non è compito loro.

Un uomo non deve “aiutare” una donna nelle faccende domestiche della casa in cui vivono entrambi, per il semplice fatto che non è un dovere prettamente femminile farsi carico di questo aspetto della vita insieme.

Racconti

Occhi da cerbiatto

Racconto vincitore del concorso “Racconti d’estate 2017” – organizzato dal Giornale di Vicenza -, categoria adulti, per meriti di giuria.

“Capita, a volte, di dipingere la realtà esattamente come la si vorrebbe. Si mettono insieme dettagli e pezzettini di colore, si amalgama bene, si apporta qualche ritocco qua e là, si cambia pennello. Fino a che non compare esattamente il disegno desiderato. A quel punto ci si può tuffare nel quadro e sguazzarci dentro indisturbati, per una manciata di secondi o per tutta la vita.”

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Share

La felicità è reale solo quando è condivisa: lo sosteneva Tolstoj, lo ripeteva Christopher McCandless. E sicuramente né l’uno né l’altro facevano riferimento alla sfrenata condivisione di tutto quello che ci rende felici – o che vorremmo ci rendesse felici.

Viene il dubbio che il piacere si trovi proprio nel mostrare ciò che si sta facendo, più che nell’azione stessa. Altrimenti non si spiega l’ostentazione del normale, la messa in mostra di momenti banali o (ancora peggio) estremamente privati.

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Intera in partenza

Che pena quelle donne la cui serenità è determinata dall’inizio di una relazione. Come se, sole, non fossero state abbastanza. Come se, prima, uscire e mettere il profumo non avesse uno scopo. Come se il proprio corpo non fosse già intero in partenza.

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Essere donna

I contorni dell’essere donna si delineano esplorando altri cieli. Prendendo aerei e riempendo valigie. Viaggiando in solitudine o accompagnate, accarezzando pelli dal colore diverso, amando profumi diversi da quelli di casa, piangendo sotto un altro sole.

Vedendo con i propri occhi che, lontano da qui, esistono luoghi dove essere una bambina e andare a scuola è una rarità. Paesi dove le donne devono abbassare la testa e dire di sì, evitando di esprimere il proprio parere ad alta voce. In Mozambico ho realizzato che poter camminare per strada da sola, a gambe scoperte, è una fortuna. Che cose come tenere i capelli sciolti o mettere lo smalto alle unghie non sono affatto banalità. Ho realizzato quanto sia enorme il privilegio di poter studiare, comprare libri, informarsi. In Svezia poi sono rimasta colpita dai bagni sprovvisti di indicazione di genere, ma tutti forniti di fasciatoio. E così via, in un rincorrersi di città e volti, di modi di vivere profondamente diversi. Dappertutto ci sono passi avanti da fare, stereotipi da abbattere. Il cuore di ogni luogo sono le donne: donne che devono essere libere di muoversi, vestirsi, pettinarsi, viaggiare e amare come desiderano. Di prendere tutti gli aerei che vogliono e vedere di persona che al mondo c’è ancora tantissimo da fare.

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Carta e Inchiostro

Amare così tanto da finire fra le fiamme dell’inferno, bruciando di passione. Sentire il respiro mancare perché il corsetto è legato troppo stretto, essere divorati dalla paura che la guerra porta con sé, piangere di gioia alla nascita di un figlio, assistere ad una rivoluzione, morire consumati dai vizi.

Se si legge, non si dovrà mai fare i conti col terrore di poter vivere una vita sola. I mondi sono infiniti, le epoche pure: non esistono confini, di nessun tipo. Non c’è un solo modo di vivere l’amore, non ci sono esperienze che è vietato provare. Solo innumerevoli parole, concetti, finestre che si spalancano e muri che crollano. Una delle sensazioni più strane che si possano provare, poi, è riemergere dalle pagine di un libro. Si cammina un po’ incerti, la luce è troppo forte, la realtà è così tremendamente deludente che non si desidera altro se non rifugiarsi di nuovo fra carta e inchiostro. Più in fretta possibile.

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Aspettare

Di tutti i posti dove avrebbe potuto aspettarlo, ne aveva scelto uno pieno di silenzio. Si sedeva sul pavimento nudo di quello strano edificio, che la riparava e al tempo stesso la collegava con l’ambiente esterno.

Vetro e cielo si fondevano, così come i ricordi e le sue fantasie sul futuro. Aspettava di poter toccare di nuovo la sua pelle, ma non aveva fretta. Camminando sola per le strade affollate di Madrid, schiacciata fra turisti, code interminabili e sole, sentiva pizzicare il desiderio che lui le tenesse la mano, per vedere insieme gli stessi angoli di mondo. Il Palazzo di Cristallo assisteva immobile alla sua comparsa giornaliera, chiedendosi se si potesse veramente aspettare qualcuno che non sa nemmeno di essere atteso.

Le cose nascoste

Se si resta un po’ bambini, alle cose veramente belle non ci si abitua mai. Se si è abbastanza saggi da non diventare del tutto adulti, si conserverà per sempre quella piccola luce – ben celata in fondo agli occhi – che permette di vedere le cose nascoste.

Marostica è la città in cui sono nata e cresciuta, la città che nonostante i viaggi in posti lontani non smetto di amare come se fosse l’unica al mondo. Mi incanta la piazza, camminarci sopra in diagonale quando non c’è nessuno e sentire che sto attraversando la storia. Soprattutto di notte, quando Marostica diventa una bomboniera magica, coi i tavoli dei locali vuoti e ordinati. Silenzio e bellezza, spesso, vanno di pari passo. Amo girovagare senza meta e incontrare persone conosciute, accorgermi che hanno il tempo di un sorriso, di chiedermi come sto e di offrirmi un caffè. Adoro stupirmi per gli angoli nascosti, per i dettagli che non avevo colto, per le signore che chiacchierano davanti all’edicola, per i concerti d’estate e le mille luci a Natale. Ma la cosa più bella è passeggiare tenendo per mano la mia nipotina e meravigliarmi assieme a lei. “Zia, ma chi ci abita nel castello? Facciamo le corse in piazza? Giochiamo a scacchi?”
Le racconto di Lionora e Oldrada, la porto a fare merenda nei posti migliori, al parco, le sussurro mille segreti. E quando dice: “Abito a Marostica” lo fa con gli occhi azzurri che le brillano, con un piccolo grande sorriso che mi riempie di gioia.

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Marostica

Ogni volta che torno a casa dopo un viaggio, per quanto breve, Marostica mi sembra un po’ più bella.

Non di tanto: solo qualche dettaglio di cui non mi ero già innamorata, o a cui avevo smesso di prestare attenzione. Il Castello che si staglia con familiare precisione contro il cielo azzurro, il suo contorno inconfondibile che abbraccia la città. La stazione affollata, le persone che camminano senza troppa fretta. Il primo sole: quello che fa venir voglia di usare le fontanelle dell’acqua per rinfrescarsi, di aprire il giubbotto e appoggiarlo sulla sedia finché si beve uno spritz all’aperto, sotto ai portici, e guardare la piazza attraverso il rosso che riempie il bicchiere. Quel sole che ti fa notare la fortuna di abitare proprio qui, in questo piccolo gioiello incastrato ai piedi delle colline. Quel sole che spinge a prendere in braccio i propri bambini, riempirli di baci, comprare un palloncino senza motivo, passeggiare insieme senza una destinazione precisa.

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Amici

Ci sono notti che sembrano fatte apposta per restare svegli, per toccare il letto solo quando il sole è già sorto. Ci sono notti in cui è quasi d’obbligo ballare, urlare, finire la drink card, cantare abbracciati e iniziare discorsi complicati con qualcuno che non si è mai visto prima.

Ci sono notti che bisogna esagerare, svuotare il frigorifero quando si torna a casa, litigare, piangere, vivere, fare l’amore. Ci sono amici abbastanza perfetti per starci accanto in notti così. Amici che restano amici anche se gli rovesci due drink addosso, se vuoi cantare a squarciagola vecchie canzoni romantiche, se russi quando dormi. Amici che la domenica mattina, in pigiama, hanno voglia di cucinare la pasta e fare il caffè. Di fumare una sigaretta insieme, di raccontarsi segreti e avventure sotto al sole. Amici che meritano ogni secondo dei nostri anni migliori, sia di giorno che di notte.

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L'uomo giusto

Uno dei motivi principali che rendono difficile trovare la persona giusta è il fatto che, semplicemente, ne conosciamo troppe. Alcuni decenni fa sarebbe stato sconveniente farsi vedere a braccetto con qualcuno che non fosse il fidanzato, ora invece di cose sconvenienti ce ne sono forse troppe poche.

Così succede di uscire con qualcuno giovedì e incontrare qualcun altro in discoteca di sabato, di scambiarsi un’occhiata con un tipo carino in treno il lunedì mattina, di bere un caffè con un amico e di finire a letto con l’amico dell’amico. Solo che, con tutte queste possibilità, non ci si innamora di più. Ci si innamora di meno. In un uomo cerchiamo la spensieratezza di quel tipo conosciuto in vacanza, la serietà di quel ragazzo che si alza tutti i giorni alle sette per andare a lavorare, il batticuore del primo amore – quando ancora non sapevamo fare confronti -, la faccia tosta di chi non ti chiama per settimane ma poi si presenta a casa tua e ti bacia, l’intelligenza di quel moretto così interessante, l’ironia del collega, la voglia di togliersi i vestiti di dosso che ti ispirava quel ragazzo con cui ti sei vista due anni fa. E via dicendo, rincorrendo una perfezione inesistente: una persona non può avere tutte queste caratteristiche insieme. Non si può ordinare una pizza con sopra il gelato, un po’ di tagliata, il pesce fritto e il burro di arachidi. Però si può avere la pazienza di sedersi ad un tavolo apparecchiato bene, con le candele e il servizio buono. Aspettare l’antipasto, il primo, il secondo, tre contorni. Dolce, caffè e anche l’amaro. Magari qualcosa sarà un po’ bruciato, qualcos’altro con poco sale. Ma se si ha la pazienza di arrivare fino in fondo, una sola cena – una sola persona – può saziare e riservare un piatto diverso per ogni periodo della vita insieme.

Voglio essere single insieme a te

Da fan dell’indipendenza e della libertà questa frase mi è subito piaciuta da morire, salvo poi pensarci meglio. Chi non sa stare single, probabilmente, non ha saputo nemmeno coltivare delle vere amicizie; va da sé che non abbia idea di cosa significhi avere qualcuno che, qualsiasi cosa accada, ti reggerà sempre la testa mentre stai vomitando. O che corra da te a qualsiasi ora, così, per fumarsi una sigaretta. Con cui programmare viaggi, parlare di qualsiasi cosa o stare in silenzio.

Essere single è una cosa meravigliosa, sempre se non la si vive come una fastidiosa parentesi alla ricerca del prossimo partner. Mi chiedo cosa cerchino in una relazione, esattamente, le persone incapaci di stare da sole. Qualcuno con cui uscire, con cui viaggiare, con cui confidarsi, con cui guardare un film di martedì sera? Qualcuno a cui telefonare in pausa pranzo, per passare il tempo? Qualcuno da annoiare a morte con il resoconto della propria giornata? Per tutto questo ci sono gli amici: un compagno non può e non deve essere un tappabuchi. O peggio, un’alternativa alla noia. Per chi è stato single a lungo, ed è innamorato della libertà, fidanzarsi ha un valore aggiunto. Non è più una rinuncia, è avere una marcia in più. Si tratta di avere la propria vita, senza intenzione di voltarle le spalle, e scegliere di stare con qualcuno. Proprio quella persona, nessun altro, perché lei ti dà qualcosa che sorelle, nonni, amici, gatti, alcol, libri, musica e lavoro non possono dare. Perché ha qualcosa di speciale, di unico, che non ci si vuole lasciar scappare per nulla al mondo. A quel punto non ha senso dire di voler essere single, in coppia. Perché l’essere coppia, una coppia sana, non implica rinunciare alla propria individualità. Ma smettere di essere single, quello sì: stare insieme, sapendo di essersi scelti, è molto meglio. O almeno, così immagino.

Contatti

paolavivian1994@gmail.com

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